Ridateci quel primo ottobre: quando eravamo i pionieri di un mondo buono

Di Bruno Robello De Filippis.  Sono nato nel 1969, ho vissuto la mia infanzia con i nonni a Savona, dopo la scuola, a compiti fatti, mio nonno Costantino mi portava nel porto a vedere barche, navi e pescatori, prima però il leggendario frappè in Piazza Chabrol. Se sei nato nel 1969, chiudi gli occhi per un secondo; Cancella il rumore delle notifiche, lo stress delle scadenze, le notizie tragiche dalla tv e il traffico di oggi. Torna indietro all’autunno del 1975. Ricordi che sapore aveva il mondo?

Oggi la scuola ricomincia a metà settembre, tra l’ansia dei genitori e un’estate troncata a metà. Ma a metà degli anni ’70 no. Avevamo un patto sacro con il tempo: l’estate era un’eternità a colori con lo schermo in bianco e nero “telefunken”. Le vacanze finivano quando decideva il calendario, e quel giorno era sempre lo stesso, magico e severo: il 1° ottobre; vivevo in via Busserio, vicino al “prolungamento” di Savona. La mia maestra si chiamava di cognome Scimone Lucca. Pensavo di avere preso “10” perché la maestra aveva scritto sul mio diario 1/10/1975 ed io avevo estrapolato solo il “10”.

Niente zaini firmati da centinaia di euro o diari alla moda. La nostra attrezzatura era un manifesto di sobria felicità: una cartella di finta pelle rigida che profumava di plastica e colla, i quaderni con la copertina nera rigida e le matite colorate che temperavamo fino a farci venire i calli alle dita.

E poi c’era lui: il grembiule. Nero per i maschi, non ricordo se lo era anche per le bambine. Un’uniforme che ci rendeva tutti uguali, azzerando le differenze. Quando lo indossavi, ti guardavi allo specchio e ti sentivi improvvisamente grande.

Avessi il potere di suggerire qualcosa agli studenti di oggi, direi loro di ritornare nel 1975, di esigere la maestra unica, quella figura quasi mitologica che per cinque anni diventava un secondo genitore, un punto di riferimento assoluto che ci insegnava a leggere, a scrivere in un corsivo elegantissimo e a fare le aste senza fretta. Non c’erano i registri elettronici, non c’erano le chat di classe dei genitori a esasperare gli animi. C’erano i diari con le pagine bianche e la parola data, direi loro di riprendersi i cartoni o l’immancabile appuntamento serale con Carosello, prima di andare a dormire.

Nel 1977, una legge fredda e burocratica decise che dovevamo adeguarci al resto d’Europa, anticipando la campanella a settembre, credo Ministro della pubblica istruzione fosse Malfatti con primo ministro Andtreotti, ma la classe del 1969 ha fatto in tempo a vivere l’ultimo scampolo di quell’Italia lenta, poetica e genuina.

Forse è solo nostalgia, o forse avevamo davvero qualcosa che oggi è andato perduto: il lusso del tempo, il valore dell’attesa e la certezza che, finché non fosse arrivato il 1° ottobre, il mondo si fermava per lasciarci guardare il cielo e bere il frappè in pace.

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