Le candeline si spengono in pochi secondi, le visioni no, quelle continuano a fare luce anche quando la festa finisce. È questa l’eredità più bella lasciata dal Cinquantennale dei Viticoltori Ingauni, celebrato martedì 30 giugno, esattamente cinquant’anni dopo lo stesso giorno del 1976 in cui tredici viticoltori decisero di unire competenze, forze, uve e futuro. Davanti a oltre 200 persone, il compleanno della Cooperativa ha ribaltato la prospettiva: da ricorrenza aziendale a festa di un territorio che, in quella scelta coraggiosa, continua ancora oggi a riconoscere e rinnovare la propria storia.
La ricorrenza è diventata così l’occasione per riflettere sul significato più autentico della cooperazione. È questa la chiave scelta dal presidente Massimo Enrico, protagonista di un intervento particolarmente apprezzato dal pubblico, accompagnato dal pianoforte del gruppo Gente de Mar. Una formula originale, capace di trasformare le parole in un percorso di ascolto, proprio come accade con un grande vino d’annata, che rivela le proprie qualità senza fretta.
Più che ripercorrere la storia della Cooperativa, il presidente ne ha offerto una chiave di lettura, spiegando come un’impresa cooperativa riesca a creare valore quando mantiene fede alla propria identità, facendo convivere risultati economici, responsabilità sociale, tutela del paesaggio e capacità di guardare avanti: “Quando una cooperativa ragiona così, smette di essere soltanto un’impresa e diventa un pezzo di territorio. Entra nelle famiglie, sostiene le aziende agricole, custodisce il paesaggio e mantiene vive comunità che, senza l’agricoltura, rischierebbero lentamente di spegnersi”.
E proprio il territorio è stato il primo a raccogliere quel messaggio. Consegnando alla Cooperativa una pergamena interamente scritta e firmata di proprio pugno, il sindaco di Ortovero Osvaldo Geddo, ha restituito simbolicamente ai Viticoltori Ingauni ciò che, in cinquant’anni, essi hanno saputo scrivere per la propria comunità: “Avete contribuito a costruire l’identità di Ortovero, trasformando il nostro paese in un punto di riferimento della viticoltura ligure e dimostrando che tradizione, innovazione e sostenibilità possono crescere insieme”.
Che quella visione abbia trovato concreta applicazione negli anni lo raccontano anche i numeri del decennio 2015-2025. Tra il penultimo e l’ultimo quinquennio il valore medio della produzione è cresciuto di oltre 315 mila euro, l’utile medio è passato da meno di 2 mila a oltre 59 mila euro e il patrimonio netto si è rafforzato del 58%. Una crescita sostenuta da una progettualità costante, capace di trasformare le opportunità offerte dai Programmi di Sviluppo Rurale in investimenti concreti: dalla riqualificazione della sede all’impianto fotovoltaico, fino al rinnovamento delle attrezzature e degli spazi di lavoro. Un percorso richiamato anche dall’assessore regionale all’Agricoltura Alessandro Piana che ha indicato nei Viticoltori Ingauni un esempio virtuoso di come la collaborazione tra istituzioni e imprese possa tradursi in sviluppo, innovazione e presidio del territorio.
A questa capacità di fare sistema ha richiamato anche il presidente della Camera di Commercio Riviere di Liguria Enrico Lupi, evidenziando il ruolo sempre più strategico della filiera vitivinicola quale motore di economia, promozione territoriale ed enoturismo. Un percorso confermato anche dal recente riconoscimento attribuito ai Viticoltori Ingauni durante l’ultima e recentissima edizione di Liguria da Bere a La Spezia, capace di unire idealmente Levante e Ponente del vino ligure, e dal rinnovato impulso al progetto di rilancio dell’Enoteca Regionale della Liguria, ente che ad Ortovero ha una delle proprie sedi.
Eppure, il dato che il presidente Enrico ha indicato con maggiore orgoglio non compare in alcun bilancio. È una base sociale nella quale giovani e donne rappresentano oggi una presenza sempre più significativa: “Non è una statistica. È il segnale che questa Cooperativa continua a essere percepita come un luogo nel quale vale la pena investire il proprio lavoro, le proprie idee e il proprio futuro”.
A confermare che quel messaggio andava ben oltre i Soci è stata anche la partecipazione di numerosi sindaci del Ponente ligure, del presidente della Provincia di Savona Pierangelo Olivieri, dei consiglieri regionali Sara Foscolo, Angelo Vaccarezza e Jan Casella, dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine del comprensorio, delle associazioni di categoria e del volontariato, insieme al parroco di Ortovero don Luca Debernardi.
A suggellare il significato più profondo della ricorrenza è stato il riconoscimento consegnato da Confcooperative Liguria, che ha nella Cooperativa di Ortovero una delle proprie realtà più significative, attraverso la presidente Anna Manca e il responsabile regionale FedAgriPesca Augusto Comes, che hanno definito i Viticoltori Ingauni un “fulgido esempio di cooperazione”, richiamando la storica citazione di Papa Francesco (“In cooperativa uno più uno fa tre”, a indicare come valore della collaborazione non coincida con la semplice somma delle risorse, ma con la capacità di generare un bene comune più grande delle singole parti.
“Una cooperativa vera non si accontenta di stare bene da sola – ha evidenziato il presidente Enrico -. A un certo punto sente il bisogno di costruire alleanze”. È da questa convinzione che, dieci anni fa, è nata Vite in Riviera, la rete di imprese che riunisce alcune delle più rappresentative realtà vitivinicole del Ponente ligure e che, proprio durante la serata, ha ricordato il proprio decennale, quasi a innestare simbolicamente il proprio compleanno nei cinquant’anni dell’azienda capofila.
A sottolinearne il valore sono stati il vicepresidente Lorenzo Turco e il socio fondatore Marco Temesio, consegnando ai Viticoltori Ingauni un riconoscimento per il contributo determinante offerto alla nascita e alla crescita della rete. Un omaggio che ha ribadito come oggi promuovere il vino significhi anche promuovere il territorio, l’accoglienza, il turismo esperienziale e una cultura della collaborazione capace di mantenere forte l’identità di ogni azienda, facendola crescere all’interno di un progetto comune.
Non è un caso che proprio questa visione abbia trovato la sua espressione più contemporanea nel Tuè76, il primo Metodo Classico Pas Dosé da uve Pigato firmato dall’enologo Gianluca Scaglione e dedicato al Cinquantennale. Un vino nato per celebrare la storia, ma pensato per raccontare il futuro, dimostrando come il vitigno bandiera della Cantina possa parlare un linguaggio nuovo senza rinunciare alla propria identità.
“Il Tuè76 è uno di quei vini che, mese dopo mese, continua a raccontare una storia diversa. È la dimostrazione che il Pigato può sorprendere ancora, senza smettere di essere sé stesso”. Sono le parole del noto giornalista e gastronomo Paolo Massobrio, testimonial di questa ricorrenza, che ha spoilerato l’ingresso dello spumante nella prossima Top Hundred di Golosaria, la selezione nazionale delle cento etichette italiane più rappresentative per qualità, identità territoriale e potenziale di mercato, riconoscendo nella nuova etichetta uno dei progetti più interessanti del panorama vitivinicolo ligure.
Accanto allo sguardo rivolto al domani, la Cooperativa ha voluto rendere omaggio a chi, cinquant’anni fa, ebbe il coraggio di immaginare tutto questo. Sono stati premiati il socio fondatore Valerio Alessandri, presente alla cerimonia, e Martino Pilot, impossibilitato a partecipare. Commovente anche il ricordo dei fondatori don Innocente Armato, Simone Gino, Enrico Nardo, Gian Pietro Moreno, Francesco Verdino, Olindo Patriarca, Enrico Emanuele Filiberto, Mauro Cappato, Agostino Parodi, Vincenzo Passaniti ed Elisabetta Gasco, attraverso la presenza numerosa di figli, nipoti e familiari, che ha trasformato la memoria e la riconoscenza in un autentico passaggio di testimone tra generazioni.
Un riconoscimento speciale è stato dedicato alla memoria del presidente onorario Paolo Panero, ritirato dalla nipote accompagnata dalla propria bambina, in un’immagine che ha restituito il senso più autentico del passaggio tra generazioni e della continuità di una storia che guarda al futuro. Sono stati quindi premiati il vicepresidente Flavio Bonifazio e i consiglieri Domenico Gaggino e Paolo Steria, da venticinque anni nel cda al fianco di Massimo Enrico, a testimonianza di un gruppo dirigente che ha accompagnato con continuità la crescita della Cooperativa.
Ma il momento più inatteso è arrivato subito dopo, quando è stato lo stesso Bonifazio, a nome dell’intero Consiglio di Amministrazione e di tutti i Soci, a consegnare al presidente una pergamena e un riconoscimento a sorpresa. Un gesto accolto da un lungo applauso, che ha restituito l’immagine di una Cooperativa vissuta come una grande famiglia, nella quale ciascuno occupa un posto speciale e nessuno resta indietro.
A chiudere idealmente il percorso tracciato nel corso della serata è stata la presentazione del primo vigneto di proprietà della Cooperativa: settemila metri quadrati di Pigato, proprio di fronte alla sede della Cantina. Un vigneto istituzionale, perché mette radici nel luogo in cui questa storia è nata e custodisce il vitigno che più di ogni altro identifica i Viticoltori Ingauni. Ma anche un “vigneto turistico”, destinato a diventare uno spazio di accoglienza, divulgazione ed esperienze. Il simbolo di una visione che guarda all’enoturismo come leva di sviluppo per l’intera Liguria e che rilancia l’auspicio di una normativa regionale capace di riconoscere pienamente il ruolo già svolto da cantine e frantoi nella promozione di un turismo sempre più identitario, sostenibile ed esperienziale.
L’evento celebrativo, condotto con un approccio divulgativo dalla giornalista alassina Renata Cantamessa, che ha ricevuto un deciso gradimento dalla qualificata platea, si è concluso con il brindisi affidato alle delegazioni Fisar Savona e Imperia e con l’accensione della nuova insegna della Cantina.
Un gesto simbolico che, più che tornare a illuminare una facciata, ha acceso idealmente il cammino dei prossimi cinquant’anni. Perché, come ha ricordato Massimo Enrico in chiusura del suo intervento: “Le cantine si costruiscono con il cemento. Le cooperative, invece, si costruiscono con le persone”.
c.s.
